Lettere: A proposito di Sirene, Angeli e Demoni

croce rossa senza sirene

VOL.1 | ISSUE 02 | YEAR 2021

LETTERA ALL’EDITORE

ISSN 2674-0028

Autore: Giancarlo Manfredi, Laureato in Scienze Statistiche e Demografiche con tesi sperimentale in Epidemiologia, si è occupato professionalmente di applicazioni informatiche per la P.A.e di comunicazione istituzionale; Disaster Manager, autore di numerose pubblicazioni, ha al suo attivo 15 anni di volontariato in Protezione Civile.

«I grandi valori ci sono sempre stati, non cambiano con la storia, ma vanno tradotti nella realtà»

(Papa Francesco)


Siamo veramente ciò che pensiamo di essere o, piuttosto, siamo ciò che comunichiamo?

Dovrebbe essere una domanda semplice, eppure la realtà è sempre più complicata di come la immaginiamo: si dice, infatti, che “Tutto è comunicazione, anche il silenzio, persino il rumore”.

E’ comunicazione, ben oltre qualsiasi retorica, la sirena delle ambulanze ed i lampeggianti, le livree dei mezzi di soccorso, la divisa indossata dal suo equipaggio.

Eppure, in questi ultimi tempi, la stessa identica comunicazione, viene interpretata da alcune persone, lungo le strade e nelle piazze, in modi totalmente differenti e opposti: non sempre con sollievo ma, talvolta, con rabbia.

Cosa sta succedendo?

Cenni di Teoria della Comunicazione (delle emergenze)

Andiamo con ordine: teoria (della comunicazione) vuole la presenza di una serie precisa di elementi: una fonte, uno o più destinatari, un contesto, un canale (o media), un verso, un codice, un messaggio ed infine una buona dose di rumore; tutti elementi che interagiscono tra loro per determinare l’esito finale dell’atto di comunicare.

In parole semplici (ma il modello è tutt’altro che banale) la comprensione di una informazione che si vuole condividere cambia con le variazioni, le permutazioni e le combinazioni di ciascuno di questi elementi.

In tale scenario, la comunicazione che riguarda argomenti quali Rischio, Crisi ed Emergenza è un sottoinsieme ancora più peculiare, anzi “complesso”, dipendendo dal tempo, dallo spazio, dagli attori e dagli strumenti.

La comunicazione che viene prima di un evento emergenziale ha contenuti divulgativi e formativi, quella durante una emergenza è essenzialmente operativa; ancora diversa è quella, informativa e di supporto, che segue la fase critica, assumendo forme e significati propri della resilienza e ricostruzione (fisica e morale).

La comunicazione che avviene nella zona rossa (pensate ad un team di soccorritori che opera durante un incidente stradale) segue precisi codici procedurali, ma non necessariamente è artefatta, talvolta basta uno sguardo di intesa tra operatori affiatati… o un gesto di gentilezza verso la vittima.

La comunicazione che avviene in zona arancione è una sorta di interscambio informativo, fatto di specifiche richieste che vanno tradotte in azioni: nell’esempio che ci riguarda è una comunicazione funzionale ad organizzare l’intervento dell’eliambulanza, a bloccare a debita distanza la circolazione delle vetture che nel frattempo sono arrivate in prossimità dell’evento, a richiedere e consentire l’accesso dei mezzi di soccorso tecnico per mettere in sicurezza l’area, etc.

La comunicazione in zona gialla è invece un filtro informativo: sono i cartelli autostradali che deviano il traffico su strade secondarie.

La comunicazione in zona verde è quella rivolta al “mondo esterno”, ai giornalisti: è il comunicato affinché sia diffuso dalle forze di polizia o dalle amministrazioni competenti (società Autostrade, ANAS, ecc.) mediante canali a ciò preposti (dai social network alle app dedicate).

Ed ancora ci sono regole che determinano la comunicazione tra zone differenti, laddove (ad esempio) non si potrà mai comunicare in chiaro la presenza di vittime, ma un operatore potrà informare le centrali operative della situazione e delle esigenze funzionali di coordinamento…

Cambia poi radicalmente la forma ed il contenuto della comunicazione e dell’interscambio informativo al variare degli attori: strutture operative, soccorritori, amministrazioni ed enti, cittadini, giornalisti, persone coinvolte dell’evento.

E, in ciascuno di questi momenti e di aree e di attori così descritti, in base all’evento e alle condizioni ambientali, i canali media, gli strumenti della comunicazione saranno differenti e differente sarà l’esito (la comprensione del messaggio): dal dazebao alla app più sofisticata, dal megafono ai social network, passando per i classici canali radio e televisivi.

Ma, fondamentalmente, ciò che la teoria dice è che “E’ impossibile non comunicare

Ma poi ci ritroviamo dinanzi alla distanza tra la teoria (appunto) e la pratica

Lo scrittore britannico Terry Pratchett sosteneva che avremmo dovuto cambiare il nome alla nostra specie: non “Homo sapiens” bensì “Pan narrans“, ovvero non uomo sapiente ma scimmia che racconta.

Quanto incidono, dunque, le narrazioni sulla vita reale?

In effetti non è una domanda poi così futile come potrebbe sembrare, tanto meno, distante dalla nostra vita di soccorritori.

La mente delle persone è infatti un campo di battaglia, complesso e feroce, sul quale gli esiti di concretissime azioni umanitarie possono aver successo o fallire e dove la Reputazione di singoli di individui (e di enti, persino della Croce Rossa) può crollare miseramente.

Tutto questo unicamente sulla base di un buon piano di comunicazione o di una imperfetta o mancata replica?

Forse il discorso merita di qualche riflessione: prendiamo come esempio la prossima campagna vaccinale contro il Coronavirus, argomento “sensibile” già oggetto di (isteriche) controversie prima della crisi pandemica e che ora richiederà una trasparenza e chiarezza comunicativa massima.

Oppure la stessa campagna promozionale per l’indagine campionaria sulla siero prevalenza che ha visto proprio Croce Rossa Italiana, Misericordia, Anpas e tante altre associazioni  tra i suoi protagonisti principali…

Il fatto è che la Percezione Del Rischio è una cosa dannatamente complicata, che le persone sono guidate dalle emozioni e dalle sensazioni (oltre che da vere e proprie scorciatoie mentali, le cosiddette Euristiche) e che, in realtà, siamo ancora “Scimmie Nude” (vedi alla voce “Desmond Morris”).

Partiamo insomma da una svantaggiata e intricata situazione in termini culturali, laddove la negazione stessa del rischio altro non è che una difesa della mente che spinge il pericolo e l’ansia fuori dalla coscienza: ecco quindi che il suono delle nostre sirene diventa invece un traumatico richiamo alla realtà!!!

Per tutti questi motivi, solo una “più che perfetta” comunicazione dovrebbe poter consentirci di uscire dal labirinto dove siamo insabbiati.

Labirinti e trappole

«L’azione sociale già implica la comunicazione»

In realtà sono già stati identificati molti tra i meccanismi di interazione tra le nuove Tecnologie Di Rete e Dinamiche Cognitive che, alla fine, generano quel meccanismo cosiddetto di Infodemia di cui si parla da mesi, come a dire che servirebbe un vaccino (culturale) anche per le forme virali di misinformazione e disinformazione, considerando come i tentativi di filtro algoritmico e di fact checking (un po’ come le mascherine, l’igiene delle mani e il distanziamento sociale) non siano stati finora in grado di risolvere un gran che.

Uno dei (tanti) problemi di fronte al quale ci ritroviamo deriva poi dal fatto che la fitta rete di collegamenti che, come individui, costruiamo attorno al nostro essere “nodo cognitivo” non è né casuale, né neutra.

Nulla di amorale, certamente (che ognuno è libero di scegliersi gli amici e le fonti informative che preferisce), tuttavia l’effetto finale è quello di un filtro (le cosiddette Echo Chambers) nella percezione della realtà; un effetto amplificato dal fenomeno noto col nome di Information Bubble dovuto agli algoritmi nei motori di ricerca che rispondono alle nostre “query” con un ordine di esposizione chiaramente “profilato”.

La naturale tendenza a preferire risposte coerenti con il nostro pregiudizio (Errore di Conferma) e una società dove letteralmente ogni evento viene interpretato in chiave partigiana (Polarizzazione) completano il quadro della complessità con la quale sempre più dobbiamo fare i conti.

Pertanto, nel momento in cui fondiamo una nostra aspettativa, o una nostra analisi, o una decisione, sull’architettura cognitiva così descritta, il rischio di percepire una realtà distorta, (se non parziale e “alternativa”) è più che concreto: una buona quota parte delle Paranoie Complottiste, come anche di molti clamorosi errori di valutazione (e delle nostre aspettative deluse) deriva proprio da tale, inquietante, meccanismo.

Ma c’è di più: sebbene infatti uno dei paradigmi della comunicazione recita che “Contest is the King“, l’altrettanto famoso detto di Marshall McLuhan, “Medium is the message“, rimane quanto mai attuale: stiamo parlando dell’Hostile media effect.

Marshall McLuhan, sociologo e teorico della comunicazione, già a metà degli anni ’60 precorreva il dibattito sulla inter-comunicazione delle reti sociali, ponendo l’accento sull’importanza del vettore nei confronti della semantica: “ogni giorno abbiamo occasioni per meravigliarci per la capacità di chi è schierato per una parte politica, sociale e perfino scientifica di trovare forte sostegno alla propria opinione in dati che ad osservatori più spassionati e neutrali trovano contraddittori, poco chiari e per niente discriminanti.

Ma è possibile misurare tale effetto?

Parliamo di un fenomeno che è contro intuitivo a molti livelli: immediato (perché mai il suono di una sirena di un mezzo di soccorso dovrebbe generare ostilità?) e concettuale, laddove abbiamo appena visto che le persone tendono a ignorare del tutto le evidenze discordanti dai loro pregiudizi.

Aggiungiamo quindi alle nostre riflessioni un elemento di principio, ovvero che, “A parità di contenuti del messaggio, la distorta percezione di ostilità cresce e peggiora quanto più il medium (ritenuto ostile) è accreditato e gode di un pubblico ampio”.

Il focus che, in qualità di comunicatori (ricordate il presupposto che tutto è comunicazione nella nostra vita?) dobbiamo considerare, non è solo su ciò che il medium afferma (“Soccorsi in transito, dare la precedenza!!!”), quanto sulla capacità del medium di veicolare informazioni fuorviate al fine di manipolare la popolazione: “Le ambulanze sono in realtà vuote e le sirene servono a trasmettere la paura”.

Una percezione di ostilità che cresce quanto più una parte della società considera che il medium (che identifica l’ente che sta comunicando) sia a priori schierato con la parte avversa.

Ma c’è di più: uno dei più contraddittori Bias Cognitivi che determinano il rapporto della società contemporanea con il riconoscimento fattuale del rischio è quello del Doppio Standard.

In un’estrema semplificazione potremmo dire che, in base a questo specifico pregiudizio, le persone sono poco o per nulla disposte ad affrontare rischi che derivino da scelte altrui, se non da imposizioni, ma che tale contrarietà viene meno, anche a fronte di rischi elevatissimi, quando si tratta di proprie decisioni.

Secondo l’autore della Teoria Dei Sistemi Sociali, Niklas Luhmann, «la percezione e l’accettabilità del rischio sociale sottostanno a oscillazioni così imprevedibili del giudizio, da essere praticamente sottratte a ogni valutazione condotta su basi cognitive o morali».

Ora, Luhmann sosteneva che «soltanto la comunicazione è necessariamente e intrinsecamente sociale» ovvero un modello sociale che prevede l’atto comunicativo (il messaggio nella rete sociale), la sua assimilazione (o rifiuto) ed infine il feedback (il cambiamento di stato, l’uniformarsi dei comportamenti o la reazione): se accogliamo questa visione diventano molto più “leggibili” le posizioni di quella parte di popolazione che, sia pure in piena pandemia, rifiuterà di sottoporsi alla campagna vaccinale o intralcerà le ambulanze, o arriverà a danneggiare un Pronto Soccorso.

Intendiamoci, vandali, negazionisti e complottisti sono storicamente sempre esistiti (e, nelle emergenze a maggior ragione) per tutta una serie di ragioni di contesto oltre che psicologiche e antropologiche, tuttavia questo doppio standard deriva anche da una sorta di solitudine decisionale quanto mai oggi presente nelle persone esposte ad un eccesso di informazione (Overinformation) e di rumore (non solo misinformativo ma anche disinformativo) e che si ritrovano a valutare il rischio, in una condizione di confusione, di stress emozionale e persino di stigmatizzazione sociale…

E quindi come ne usciamo?

«Se non siamo d’accordo su cosa sia la verità, siamo spacciati. Se non siamo d’accordo su cosa sia reale, non possiamo risolvere i nostri problemi.» (da “The social dilemma”)

Lo scrittore Jorge Luis Borges – ritorniamo indietro nel tempo fino alla seconda metà degli anni Sessanta – tiene un ciclo di conferenze all’Università di Harvard proprio in merito al concetto di Storytelling, sostenendo che ci sono solo quattro archetipi narrativi che danno forma a tutta la letteratura occidentale:

1) «Una, la più antica, è quella di una forte città assediata e difesa da uomini coraggiosi. I difensori sanno che la città sarà consegnata al ferro e fuoco e che la loro battaglia è inutile…»

2) «Un’altra storia, che si ricollega alla prima, è quella di un ritorno. Quello di Ulisse, che dopo aver errato per dieci anni per mari pericolosi, dopo essersi fermato su isole incantate, ritorna alla sua Itaca…»

3) «La terza storia è quella di una ricerca. Possiamo vedere in essa una variante della forma predente: Giasone e il Vello; i trenta uccelli del persiano, che attraversano montagne e mari e vedono la faccia del loro Dio, il Simurg, che è ognuno di loro e tutti loro…»

4) «L’ultima storia è quella del sacrificio di un dio. Attis, in Frigia, si mutila e si uccide; Odino sacrificato a Odino, Egli stesso a Se stesso, pende dall’albero nove notti intere ed è ferito da lancia; Cristo è crocifisso dai romani…»

Se oggi dovessimo raccontare con una “Forma Epica” la situazione che stiamo vivendo, potremmo immaginare allora tutta questa storia della pandemia come un assedio (Lockdown) da respingere, per ritornare (possibilmente migliori) alla nostra isola nativa e alle nostre famiglie (ora distanti a causa della Quarantena), una vittoria che però possiamo perseguire solo attraverso la ricerca di una pozione magica (Vaccino) e che per ottenere questa dovremo contrastare ciò che consideriamo un pantheon di divinità malvagie (direi soprattutto gli dei Egoismo, Profitto, Nazionalismo, Complottismo e Burocrazia, anche se immagino che tutti coloro che perseguono tale orientamento religioso, del tutto opposto, ad esempio, ai classici 7 Principi modello della Croce Rossa, se ne risentiranno un po’).

Per rafforzare la metafora prendo allora in prestito una frase del dott. Massimo Galli, (ordinario di Malattie infettive alla università statale di Milano e direttore Malattie infettive dell’ospedale Sacco): «Siamo come in guerra, sotto assedio. Lo si vuole capire?» rafforzata dalla narrazione del prof Walter Ricciardi (docente di Igiene all’università Cattolica e consigliere del ministro della Salute Roberto Speranza) che, ospite della trasmissione “Agorà” (RaiTre)  usa queste parole: «Il personale medico e sanitario è più restio oggi a entrare nei reparti Covid perché è stato anche vilipeso […] Dopo la prima Fase Eroica oggi è cambiata la situazione» raccontando, a farla breve, di un episodio dove i guerrieri sono restii a tornare sugli spalti poiché non onorati e supportati da un popolo che non vuole credere alla profezia di Cassandra.

E la situazione dell’assedio, così descritta, è rafforzata da ciò che scrive, sul Corriere della Sera, Alessandro Vespignani (fisico noto per il suo lavoro sulle reti complesse e sulle applicazioni della teoria delle reti alla diffusione delle epidemie): «Alla luce di quanto è già successo – non di quanto sta per succedere – possiamo ammettere che “convivere con il virus” è stato uno slogan promettente, ma che la realtà ci sta dicendo altro. Ovvero che il virus è molto più efficiente della nostra idea di efficienza” e che sono “difettosi anche certi principi sui quali è stata impostata la nostra ipotetica convivenza: (…) agire solo quando il contesto lo rendeva inevitabile, agire solo quando la gravità della situazione faceva apparire le restrizioni giustificabili alla maggioranza della popolazione».

In altri termini non solo ci siamo illusi che gli Achei avessero abbandonato le nostre spiagge, ma abbiamo fatto entrare nelle mura della città il cavallo di Troia (a passo di discoteca: qualcuno si ricorda ancora del richiamo alla Peste nera e della macabra Toten Tanz di matrice medievale?) e ora, nell’incendio delle nostre città, la popolazione non distingue più tra amici (soccorritori) e nemici.

Questa, a farla breve, è la condizione, anzi è la Storia che stiamo vivendo, e delle narrazioni che stiamo di essa facendo, come persone (e, appunto, come soccorritori), la cui fine non è però ancora stata scritta.

Non a caso, Borges conclude il suo ciclo di conferenze sulle epiche narrative dicendo proprio che: “Per tutto il tempo che ci rimane, continueremo a narrarle e trasformarle”.

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