CASE REPORT | Il politrauma in crepaccio a 4.167 mslm

recupero ferito da crepaccio monte Rosa

VOL.1 | ISSUE 02 | YEAR 2021

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ISSN: 2674-0028

Il soccorso ai politraumatizzati in alta montagna è già di per sè estremamente complesso. Quando però bisogna affrontare un’attività di SAR e successivamente una calata in crepaccio, i problemi diventano molteplici.

Autore: Silvia Roero, medico anestesista-rianimatore, servizio extra-ospedaliero di elisoccorso, base di Aosta

Attivazione della missione di soccorso

LUOGO: Questo case report avviene in una giornata di inizio ottobre in Valle d’Aosta. In turno HEMS è attivo l’elicottero Leonardo AW139 Sierra Alpha 1 (SA1).

Ore 09.30 – Presso la Centrale Unica di Soccorso (CUS) arriva la prima richiesta di aiuto:  un alpinista è caduto in un crepaccio sul Monte Rosa, unico riferimento la possibile viene indicata la vicinanza al Cristo delle Vette, Monte Rosa (4167 mslm). Coordinate 45.91319408069286, 7.857468695094484. L’area di ricerca è piuttosto vasta, con 2 km che separano il rifugio più vicino dal tratto indicato nella telefonata.

Ore 9.35: L’equipaggio di SA1 decolla e comincia la ricerca con i pochissimi elementi a disposizione. In pochi minuti si disponde un campo base in vicinanza del rifugio “Mantova” a 2km dal punto indicato. Viene scaricato il materiale sanitario e il medico, con l’obiettivo di alleggerire l’elicottero per effettuare una SAR più efficace, bruciando meno carburante. SA1 prosegue la ricognizione con a bordo il personale di condotta ed due TE ( Tecnici di Elisoccorso  guide alpine).

Ore 9.45: i TE intravedono delle tracce sulla neve che conducono ad un buco di circa 50 cm di diametro  all interno del quale si apre un profondo crepaccio. I TE scendono a terra. Circa 30 metri sotto il foro si vede il ferito, semi sdraiato su un terrazzino di neve al di sotto del quale è presente un dirupo stretto e buio senza visione del fondo. I TE procedono con l’installazione del sistema di calata con cavalletto tripode Cevedale e corde. SA1 rientra al campo base per recuperare il medico e il materiale necessario al recupero del ferito.

Ore 10.00: La guide al termine dell’allestimento del sistema di calata, procedono all’ispezione del luogo. All’arrivo del medico sul posto viene effettuata una relazione da parte del primo TE che si era calato, raggiungendo l’infortunato. E’ necessario calare il medico per un primo soccorso sanitario da effettuare prima del recupero.
“Vengo calata nel crepaccio facendo attenzione a non staccare blocchi di ghiaccio che avrebbero potuto ferire ulteriormente la vittima e il tecnico che era già sceso al suo fianco. Al mio arrivo prendo coscienza della situazione:

  • Paziente ipotermico, cosciente, lamenta dolore insopportabile alle mani per il freddo, (nella caduta aveva perso i guanti) e un importante dolore alla colonna ed al torace. Ambiente estremamente severo, 30 metri dentro al crepaccio, rischio evolutivo elevato, rumore di scroscio del ghiaccio che si muove, poca luce e freddo intenso.
  • In accordo con il tecnico del soccorso alpino, Si decide di non far scendere ulteriori soccorritori all’interno del  crepaccio per la pericolosità del luogo. Le dimensioni del terrazzino di neve su cui eravamo appoggiati rendevano impossibile l’utilizzo di una tavola spinale. Opto per il corsetto estricatore che ci viene calato dai soccorritori in superficie. Al secondo TE del nostro equipaggio, si erano aggiunte due ulteriori guide Alpine abilitate al soccorso, salite nel frattempo sul target grazie a SA1.

Si procede a valutazione   ABCDE :

A: paziente parla, le vie aeree sono libere
B: escursione toracica molto ridotta, FR elevata, saturazione imprendibile,
C: polso piccolo bradicardico, mani  fredde cianotiche,
D: (GCS 13) ,lievemente confuso, pupille nella norma. Muove i 4 arti.
E: esposizione impossibile dato il  luogo e la temperatura.

Si procede alla somministrazione di analgesici oppiacei sub linguali e si posiziona collare cervicale e  KED (corsetto estricatore) a protezione del rachide.

TEMPERATURA RILEVATA PRIMA DEL RECUPERO: 29°

Ore 10.40: Ci  ancoriamo al sistema di recupero tutti insieme: medico, TE e paziente. Lentamente e con tutte le sicurezze necessarie veniamo recuperati dai soccorritori in superficie, cercando di muovere meno possibile il paziente per non incorrere nel fenomeno di “afterdrop” che riteniamo il fenomeno di maggior pericolosità per il paziente. All’ uscita dal crepaccio si procede alla protezione termica ed all evacuazione del paziente verso l’ospedale di Aosta.

FOLLOW-UP DELLE CONDIZIONI SANITARIE: Una volta in ospedale, il paziente di 41 anni viene ricoverato con numerose fratture costali e vertebrali, un emo/pneumotorace bilaterale, e una forte contusione a carico della milza. In prima istanza viene portato in rianimazione e successivamente in chirurgia toracica. Le dimissioni del paziente avvengono dopo 12 giorni.

NOTA A MARGINE SUL FENOMENO DELL’AFTERDROP

Lo spostamento di sangue freddo dagli arti al cuore porta un elevato rischio di arresto cardiaco nei pazienti in queste condizioni (T.corp inferiore a 30°C). Si ritiene che l’afterdrop metta in pericolo il cuore a causa dell’ulteriore raffreddamento del sangue freddo che si presume ritorni dalla periferia. Tuttavia, l’afterdrop non viene sempre osservato, ma si osserva a seconda delle circostanze. Si tratta di un fenomeno che può avvenire in diverse situazioni. Se il raffreddamento è stato rapido e seguito immediatamente dal riscaldamento, o se nel corpo ci sono zone dove il sangue ha temperature molto diverse fra loro si può correre questo rischio. Quando il riscaldamento è stato ritardato, o quando il raffreddamento è stato lento e prolungato, l’afterdrop non è sempre osservabile. La cautela nella movimentazione è obbligatoria per prevenire il fenomeno.

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